23 Luglio 2026

La disoccupazione di lungo periodo non è solo un problema di competenze

Basato sulla ricerca condotta dall'Istituto per la Ricerca Sociale nell'ambito del progetto UPFARM, che ha analizzato la disoccupazione di lungo periodo in Toscana. Adattato per il blog da Impact Hub Network.

Quando qualcuno è senza lavoro da un anno o più, l'istinto è chiedersi: quali sono gli ostacoli e le barriere che incontra? Quali competenze gli mancano? Quale supporto possono offrire i servizi?

La ricerca condotta sui territori oggetto della sperimentazione avviata nell'ambito del progetto UPFARM rivela che la disoccupazione di lungo periodo è una condizione che assomma più vulnerabilità, e trattarla in modo adeguato richiede forme di supporto che non tutti i servizi sono ancora in grado di offrire.

Cosa comporta la disoccupazione prolungata per una persona

Le competenze diventano obsolete e il profilo professionale perde attrattività. L'abitudine a cercare lavoro si affievolisce. Diventa sempre più difficile utilizzare gli strumenti di ricerca attiva, soprattutto se digitali. Le reti sociali si assottigliano. L'autostima cala.

Quando le persone disoccupate di lungo periodo arrivano a un servizio di supporto, portano con sé gli effetti cumulativi della disoccupazione prolungata: motivazione ridotta, stigma crescente, peggioramento della salute mentale, ai quali spesso si aggiungono difficoltà legate a responsabilità di cura, vincoli di mobilità e, in particolare per i cittadini stranieri, ostacoli di tipo linguistico e burocratico.

La ricerca individua, tra i disoccupati di lungo periodo, specifici profili:

  • persone con vulnerabilità gravi e multiple: donne e uomini, adulti e anziani, con istruzione medio-bassa, con malattie croniche, disabilità o che vivono situazioni di isolamento sociale e marginalizzazione;
  • persone con approccio passivo e problemi psicologici: donne e uomini, giovani e adulti con istruzione media, bassa motivazione e proattività, paura del fallimento e autostima ridotta. Vi rientrano gli over 50 con competenze obsolete e scarsa familiarità con le attuali modalità di ricerca del lavoro;
  • persone con barriere strutturali e sociali, soprattutto donne gravate da responsabilità di cura e mobilità limitata; persone migranti che affrontano una serie stratificata di ostacoli, inclusi quelli linguistici e persone scoraggiate e inattive con basse competenze e assenza o scarsità di esperienze lavorative precedenti.


Tra le caratteristiche trasversali dei disoccupati di lunga durata emergono, inoltre, la bassa alfabetizzazione digitale, la reticenza alla formazione/riqualificazione e l’accesso ai servizi motivato soprattutto da obblighi di condizionalità.

È pertanto evidente che nessuna di queste persone possa trarre beneficio duraturo da interventi “standard” di supporto all’inserimento lavorativo, pensati come prestazioni singole e scollegate tra loro e che non tengono conto delle diverse dimensioni della loro fragilità.

Un corso di scrittura del CV non può ricostruire la fiducia nel mercato del lavoro. Un corso di formazione da solo non può affrontare l'isolamento sociale. E gli inserimenti lavorativi che non considerano la persona con riferimento alla complessità dei suoi bisogni raramente si rivelano efficaci.

Cosa funziona davvero

Il dato più chiaro che emerge dalla ricerca è che il supporto più efficace per le persone disoccupate di lungo periodo è quello integrato e multidisciplinare.

Non un semplice invio a un servizio. Non un programma a scadenza fissa. Ma una relazione di accompagnamento continua, che unisce il supporto all'occupazione alla dimensione sociale, educativa e relazionale, da parte dei professionisti dei diversi servizi, a vario titolo coinvolti nella presa in carico, che lavorano insieme e non su binari paralleli.

Tuttavia, non sempre l’integrazione tra servizi si inserisce in un quadro politico normativo ed è formalizzata, ma più spesso si costruisce attraverso la collaborazione quotidiana tra i professionisti che operano in prima linea con le persone attraverso la conoscenza condivisa, la comunicazione costante e lo sviluppo graduale di fiducia tra le diverse parti del sistema.

Si tratta di un processo di integrazione che nasce “dal basso” e– laddove questo accade – solo in un secondo momento, viene formalizzato a livello istituzionale.

Inoltre, l’integrazione tra servizi non basta se non è accompagnata da altrettanta attenzione alle opportunità e alla tipologia di lavoro proposto: settori, mansioni e contesti di inserimento vanno scelti accuratamente, soprattutto per coloro che affrontano le fragilità maggiori.

In questo quadro, l'agricoltura sociale può svolgere un ruolo cruciale, in particolare per le persone con vulnerabilità complesse o problemi di salute mentale. I contesti agricoli offrono, infatti, uno spazio protetto e privo di giudizio, in cui motivazione e autonomia possono essere ricostruite gradualmente, con un ritmo che rispetta la persona e consente l’acquisizione progressiva di competenze.

Tuttavia, i percorsi di agricoltura sociale faticano ancora a tradursi in occupazione stabile. Gli inserimenti sono spesso temporanei, legati al finanziamento di specifiche progettazioni, e concentrati in ruoli poco qualificati. Il potenziale c'è, ma le condizioni strutturali per realizzarlo su larga scala non sono ancora presenti.

I problemi strutturali che vanno nominati

Oltre alle esperienze individuali delle persone disoccupate di lungo periodo, dalla ricerca emergono una serie di questioni sistemiche, che non possono essere ignorate.

La prima è che le politiche, sia a livello nazionale che regionale, raramente riconoscono le persone disoccupate di lungo periodo come uno specifico target su cui concentrare le proprie azioni. Queste tendono, infatti, a essere inglobate in categorie più ampie di svantaggio: persone fragili e vulnerabili, persone in condizione di povertà ed esclusione sociale, persone con disabilità.

Inevitabilmente, una politica pensata per la vulnerabilità in generale non sarà altrettanto efficace quanto un intervento mirato specificatamente per i disoccupati di lungo periodo, le cui condizioni, con il protrarsi della disoccupazione, tendono ad aggravarsi, coinvolgendo anche altri ambiti della loro vita.

La seconda è che il supporto offerto dai servizi che a vario titolo si occupano di vulnerabilità non sempre è integrato e coordinato. I servizi per l'impiego sono collocati in un luogo, i servizi sociali in un altro, quelli specialistici ancora altrove, e ognuno tende ad operare attraverso prassi di lavoro e strumenti propri.

Tuttavia, i professionisti dei territori toscani presi in considerazione dalla ricerca, si sono impegnati per colmare tali distanze, costruendo modalità di lavoro autenticamente collaborative che – seppur nate e favorite a partire dalla sperimentazione di alcune specifiche progettazioni o misure – continuano nel tempo quali prassi ormai consolidate.

È, inoltre, importante sottolineare come, gli stessi operatori dei servizi siano sotto pressione. Gestire vulnerabilità multidimensionali per periodi prolungati, con carichi di lavoro elevati e risorse limitate, sta generando un concreto rischio di burnout in tutto il settore. Se non adeguatamente affrontato, questo problema metterà a rischio la sostenibilità a lungo termine dello stesso sistema di supporto.

La terza questione è che le aziende restano l'anello più debole e l’attore più difficile da raggiungere e coinvolgere. Le imprese tendono a privilegiare candidati immediatamente produttivi e spesso mancano della capacità organizzativa o della consapevolezza necessarie per supportare lavoratori con esigenze più complesse.

Incentivi e intermediazione aiutano marginalmente, ma non sostituiscono il cambiamento più profondo nella cultura e nelle pratiche del lavoro che un'inclusione sostenibile richiederebbe.

Cosa fare

La disoccupazione di lungo periodo è una condizione che si sviluppa nel tempo, riguarda molteplici dimensioni e aspetti della vita di una persona, all'interno di un sistema che risulta ancora poco attrezzato ad affrontarla efficacemente e nella sua interezza e complessità.

Gli approcci che producono un cambiamento reale sulle persone e sul sistema dei servizi non sono inediti ma richiedono un forte investimento sulle pratiche di integrazione e un continuo sforzo di scambio, relazione e collaborazione autentica

al fine di superare i confini che oggi separano i servizi per l'impiego dai servizi sociali e specialistici, ma anche dai servizi per la formazione, l’educazione e l’abitare, e dalle imprese.

Tale consapevolezza evidenzia l’importanza di incrementare l'impegno istituzionale per organizzare i servizi , anziché guardare alla comodità di bilanci e mandati separati.

Colmare questi divari significherebbe creare sistemi che permettano alle persone di sentirsi incluse e di ricostruire la propria vita, dando allo stesso tempo ai professionisti che le supportano la capacità di svolgere il proprio lavoro in modo sostenibile ed efficace.